giovedì 4 ottobre 2012

. . . Il pittore e l’amicizia . . .

Preso il pennello, dopo averlo intinto in un vasetto di color porpora acceso, lo poggiò sulla tela, con la delicatezza e la cura di un esperto. Sparse il colore sullo sfondo immacolato e candido, facendo attenzione a non uscire dai bordi, orlati dal nero intenso che aveva utilizzato per realizzare il disegno. Il conte Licano Bianchi lo guardava con interesse; amava ammirarlo mentre si destreggiava fra tutte quelle diverse tonalità e fra quei contorni che prendevano vita al tocco delle setole morbide del suo pennello. Dipingeva soprattutto paesaggi e riusciva a comunicare, attraverso di loro, sentimenti e sensazioni, che si leggevano grazie a dettagli unici. Il suo sole brillava di una luce vera e immobile; i suoi cieli, azzurri e limpidi, splendevano di quella luce, in grado di suscitare emozioni in chi li osservava; i suoi prati, i suoi monti vibravano del colore della natura, di un verde sfumato e sbiadito; i suoi fiumi, i laghi, i mari, sorridevano trasparenti e riflettevano i raggi del sole o la pallida luminosità della luna; esseri viventi, colori, materia, venivano animati da semplici, ma esperti, accostamenti cromatici e da un tocco di passione. “Non dovresti concentrarti così, mentre dipingi, Camillo”, disse il conte al suo amico pittore, che corrugava la fronte, “o rovinerai quel ritratto”. “Non c’è nulla di più volgare di un ritratto senz’anima, amico mio”, rispose il duca Camillo Dankar, che spesso si dilettava dedicandosi all’arte, “e sono sicuro che accendendo con questo rosso le labbra della fanciulla che dipingo, darei, alla sua bocca delicata solo un po’ di vita”. Licano sorrise della testardaggine del suo amico e continuò ad osservarlo mentre dipingeva e muoveva le sue mani con tratti precisi e sicuri. “Sai, non è importante come verrà questo quadro; è solo una fedele riproduzione della realtà, niente a che vedere con l’arte, è poco più di una fotografia”, disse ancora il duca dando gli ultimi tocchi di colore alle labbra cesellate della ragazza. “Se questa non lo è, cos’è ciò che tu chiami arte?”, gli domandò il conte Licano sarcastico. “Tutto ciò che viene dal cuore, che suscita sensazioni, che trasmette emozioni, che rende vivo ogni mio sentimento. E’ arte ciò che si crea non per puro gusto estetico, ma per dare un’anima a ogni idea, pensiero, riflessione. Questo ritratto nasce per rappresentare la realtà nuda, senza il filtro delle mie passioni”, rispose il pittore assorto nella sua opera, “mi rifiuto di chiamarlo arte”. “Come siete complicati voi artisti”, replicò l’amico, “ma voglio che la tua prossima opera sia per me e devi metterci dentro tutta la tua arte”. “Benissimo”, disse il duca Camillo, “allora il quadro che creerò per te, nascerà esclusivamente dalla mia anima”. “Però non voglio che tu dipinga uno dei tuoi splendidi tramonti dorati, o uno dei tuoi laghi dalle acque d’argento, o la luce ramata del primo mattino. E non voglio un quadro astratto, ricco di colori e privo di significato, né la rappresentazione dei dolci suoni della natura e dei canti melodiosi degli animali”, disse ancora Licano, “voglio che tu dipinga per me l’amicizia e non l’amicizia che gli uomini dicono di offrirsi a
vicenda, corrotta e macchiata di menzogna, ma l’amicizia pura, che sosta nel cuore di chi prova nobili sentimenti, l’amicizia vera, sincera, che è molto rara e difficile da incontrare nella vita”. Di fronte a quella richiesta così insolita, l’artista rise. “Quello che tu mi chiedi non è facile. Io non so che aspetto abbia un’amicizia pura, vera e sincera, perché non ne ho mai incontrata una così”, gli disse. “L’amicizia che gli uomini concedono agli altri nasce da opportunismo, falsità, dal bisogno di non rimanere soli, dalla necessità di mentire a qualcuno e non dai sentimenti reali che scaldano il cuore. I cuori degli uomini sono gelidi e la vera amicizia è molto freddolosa”, proseguì il pittore con un sorriso realista sulle labbra. Il conte rise, “devo dedurre che non saprai dipingere ciò che ti chiedo?”. “Non c’è nulla che io non sappia rappresentare; le immagini e i colori che nascono dal mio pennello prendono vita; dammi una settimana di tempo e avrai il tuo ritratto dell’amicizia”, replicò il duca con una falsa sicurezza, che celava in realtà l’incertezza di chi non sa risolvere un problema. Quando il conte andò via, il nobile pittore abbandonò la tela a cui si stava dedicando con tanta cura e perfezione e decise di donarsi interamente al nuovo impegno.
Pensò all’amicizia, ma non seppe darle un volto; parlò alla sua anima, ma non trovò il soggetto che cercava;
interrogò il suo cuore, ma in lui non si accese nessuna scintilla, nessun bagliore, nessun lume d’ispirazione. Il duca stette a riflettere per diverse ore e alla fine, scoraggiato, decise di distrarsi un po’ facendo una passeggiata. Giunse nei pressi delle vie piene del mercato; la vita scorreva rapida e frenetica sotto i suoi occhi; chiasso, rumori, voci, suoni, sembravano rispecchiare lo scenario polveroso, caotico, affollato del quartiere. Troppa confusione per chi era in cerca di qualcosa di non commerciabile. Lasciò, quindi, la zona del mercato e andò a sedersi su una panchina in un parco poco distante. Il sole splendeva alto quel giorno e sembrava che, con i suoi raggi dorati, volesse regalare un sorriso a chi lo ammirava; l’erba umida e verde del prato e le foglie degli alberi danzavano con grazia accompagnati dolcemente dalla brezza fresca e leggera; il cielo sembrava un’enorme distesa azzurra senza fine, limpido e pulito; e gli uccellini cinguettavano di gioia. Il duca Camillo si soffermò ad osservare due scoiattoli che saltellavano tra i rami di un vecchio albero raggrinzito; quegli animaletti riuscivano a rendere allegra quella povera pianta triste, consumata dagli anni e dal cattivo tempo. Mentre si divertiva a guardare la scena con un sorriso a fior di labbra, si sedette accanto a lui un signore, di una certa età, ma molto distinto. “Come mai è così pensieroso?”, chiese al pittore dopo un po’. Lui lo guardò stupito del suo interessamento e gli rispose “sa, ho un problema; sto cercando l’amicizia, devo farle un ritratto, ma proprio non so come potrei dipingerla”. “E come mai non sa come
dipingerla? Non dovrebbe essere difficile per un bravo artista, come lei sembra; il mondo è pieno di amicizia; gli uomini la regalano con molta facilità…. Non credo che le diano molto valore”, rispose il signore, con le guance arrossate lievemente dal caldo. “Ma io non cerco un’amicizia qualsiasi, quella che devo ritrarre è la vera amicizia, che dimora nel cuore di pochi uomini insieme alla sincerità, alla fiducia, all’affetto, all’onestà, e che raramente essi regalano perché non sono in grado di possederla”, replicò il duca. “Capisco la sua difficoltà, allora”, disse il signore, “ma forse posso darle una mano.
Tante persone dicono di essere miei amici, magari tra loro troverà qualcuno che possiede ciò che lei cerca”. “Questo è molto gentile da parte sua, ma non deve disturbarsi così”, disse il pittore, ma il signore lo interruppe e gli disse “non mi crea nessun disturbo e poi anche io sono curioso di scoprire che aspetto ha l’amicizia. Stasera ci sarà una festa a casa mia alle otto, in via del Ginepro 22; ci sarà tanta gente. Non mi dispiacerebbe se venisse anche lei… forse troverà qualcuno di interessante…”. Il duca Camillo accettò gentilmente all’invito e, dopo aver salutato cortesemente il signore, andò via sorridente, nella speranza di venire a capo del suo cruccio. Le otto non tardarono ad arrivare ed egli non ebbe difficoltà a trovare via del ginepro. Era una via molto tranquilla e silenziosa, ma abbastanza centrale, lievemente illuminata dalla luce fioca dei pochi lampioni, che emanavano un bagliore giallo e poco intenso. Il portone dell’abitazione al numero 22, era davvero molto bello, finemente lavorato e decorato da intarsi eleganti, che davano un aspetto più raffinato al palazzo stile liberty. Nel silenzio della strada, il suono vispo e acceso del campanello, rimbombò sonoramente. Poco dopo, una cameriera, non più tanto giovane, aprì; indossava un abito nero un po’ consumato, ma aveva una grazia, che donava nuova vita alla sua bellezza, sciupata dagli anni.
La cameriera lo fece entrare e lo condusse gentilmente dal padrone di casa. Questo lo salutò in maniera molto garbata e lo presentò ai suoi ospiti. La serata sembrava cominciare bene. Il duca ebbe modo di parlare un po’ con tutti i presenti, ma si rese conto che davvero l’amicizia difficilmente dimorava nel cuore degli uomini. Non appena la festa terminò e, a poco a poco, gli ospiti furono andati via, il padrone di casa si avvicinò al pittore, “allora ha trovato ciò che cercava?”, gli chiese con interesse. “Purtroppo no”, gli rispose lui, “i suoi amici, se così li si può chiamare, non nutrono sentimenti di reale affetto nei suoi confronti. Alcuni la frequentano perché è molto ricco, altri per il suo buon nome, altri ancora per sparlare di lei; ma nessuno le
sta donando un’amicizia sincera. Alcuni di questi la abbandoneranno alla prima difficoltà, altri non ci saranno quando lei avrà un problema e quelli che dicono di essere i suoi migliori amici, la colpiranno alle spalle quando meno se l’aspetta. Mi dispiace”. “Immaginavo che avrebbe scoperto questo”, replicò il signore con tranquillità sorseggiando un cocktail color arancio vivo, “ma alla fine, se li lasciassi, resterei solo e non posso fare della solitudine la mia migliore amica; preferisco tante false amicizie alla solitudine”. “Sono d’accordo con lei”, disse il duca Camillo con un sospiro, “il mondo è pieno di persone affascinanti che si possono frequentare, ma l’importante è non dar loro la fiducia che si darebbe ad un vero amico; la calpesterebbero senza pietà.
Un’amicizia accompagnata da fiducia è un fardello troppo grande da sopportare per chi ha un animo arido e freddo”. “Ha ragione”, affermò il signore, “ma sarebbe meglio non dare fiducia neanche a quelli che sembrano veri amici, perché non si accorgerebbero di possedere un bene così prezioso e la rovinerebbero”. “Com’è triste pensare che l’amicizia per gli uomini sia solo opportunismo e disinteresse e che la vera
amicizia sia così difficile da trovare”, aggiunse il duca, “stasera ho parlato con più di cinquanta persone e nel cuore di nessuno di loro albergava questo sentimento”. “Ma ora come farà a realizzare il quadro?”, gli domandò il signore. “Stasera ho avuto molta fortuna e ho trovato una soluzione”, disse lui con un sorriso espressivo, “non posso rappresentare la vera amicizia perché non so che aspetto abbia, ma posso dipingere la vera amicizia per ciò che non è. Stasera tutti i suoi invitati avevano una concezione diversa dell’amicizia, falsata e irreale; non ho trovato ciò che cercavo, ma ho capito tante cose. Dipingerò la vera amicizia così come io la vedo, senza volto.” Il padrone di casa rise, gli faceva piacere che il pittore avesse trovato una soluzione, “mi deve promettere che, una volta terminata la sua opera, me la mostrerà”, gli disse. “Volentieri”, rispose lui, e, dopo averlo salutato con gentilezza, si avviò verso casa sotto la luce fioca dei lampioni. Era felice perché si era accorto che possedeva già nel suo animo la soluzione, ma, semplicemente, non aveva
saputo darle vita. Cominciò a lavorare alla sua opera dalla mattina presto. Si svegliò all’alba con i primi raggi di sole e, subito dopo una colazione sostanziosa, mise mano ai pennelli. Si occupò del quadro per tutta
la settimana, ci mise tutto il suo impegno, il suo amore, la sua attenzione, la cura dei particolari; utilizzò tantissime sfumature di colori e gli seppe regalare una luce meravigliosa. Stava davanti alla sua opera e gli sembrava che non esistesse altro; si allontanava di pochi passi per osservarla meglio, aggiustava i dettagli, ritoccava alcune figure. Ogni tanto riceveva qualche visita dal conte Licano, che chiedeva informazioni sul suo quadro, ma l’artista lo mandava via gentilmente, gli diceva che era a buon punto, che era abbastanza soddisfatto di come procedeva il lavoro, e tornava ad occuparsi della sua amicizia, che pian piano
prendeva forma sulla tela candida. Muoveva il pennello con una tale abilità e attenzione, che sarebbe stato un piacere per chiunque poterlo guardare. Le sue linee erano perfette, le curve raffinate, le immagini eleganti e curate, i colori perfettamente disposti. Una volta terminato il quadro, lo sistemò di fronte alla finestra per osservarlo meglio illuminato dalla luce del sole. Era davvero arte quella che stava ammirando. Dentro
l’opera aveva messo tutte le sue emozioni, le sue idee, i suoi sentimenti. “Davvero stupendo”, disse il conte suo amico non appena ebbe occasione di vederla, “ma mi dispiace rimproverarti che nel quadro non è presente ciò che io ti avevo chiesto”. Il duca sorrise divertito, “immaginavo che avresti fatto questa affermazione, eppure, se osservassi bene, ti accorgeresti che non manca nulla”. L’amico lo osservò allora da
vicino; un quadro davvero molto raffinato, finemente curato in ogni minimo dettaglio. La parte destra
della tela era occupata da un’enorme tavola imbandita, a cui sedevano personaggi vestiti con abiti eleganti e sfarzosi; alcuni chiacchieravano animatamente, altri scherzavano, altri ancora ridevano o mangiavano avidamente. La parte sinistra della tela, invece, era dominata dall’immagine di una povera mendicante, velata
dall’ombra; il suo volto non si poteva distinguere con chiarezza, i suoi abiti erano logori e sporchi, i suoi piedi
nudi e gelati. Sedeva in un angolino dalla grande sala illuminata da ricchi lampadari di vetro, ma la sua figura rimaneva al buio; accanto a lei, in secondo piano, si distinguevano con difficoltà altre figure, forse quattro o
cinque, che indossavano gli stessi abiti consumati e sudici. Il conte osservò l’opera con attenzione, “ho capito”, disse infine, dopo averla guardata per diversi minuti, “l’amicizia è rappresentata dalle persone
che prendono parte al banchetto, che si divertono e passano insieme il tempo come fanno gli amici”. Il nobile pittore rise soddisfatto del fatto che il significato celato dalle sue pennellate precise sulla tela, non fosse così esplicito.
“Temo proprio che ti sia sbagliato”, gli disse poi, “davvero non vedi dove si trova l’amicizia? Eppure anche
se un po’ nascosta è ben visibile….”.
Il conte Licano si soffermò ancora su qualche dettaglio, ma alla fine dovette arrendersi. “Vedi”, proseguì il
duca, “la vera amicizia non ama mostrarsi, preferisce stare nascosta, al sicuro dai cattivi sentimenti; il suo volto è nell’ombra perché ha paura e, come chi ha paura, non vuole essere vista; indossa abiti rovinati e sporchi perché spesso sono macchiati dall’infamia e dalle bugie degli uomini; trema per il freddo perché i loro sentimenti non emanano abbastanza calore da riscaldarla; non è sola, la sincerità, l’onestà, la fiducia,
la lealtà le fanno compagnia, anche loro, come lei, emarginate e lasciate da parte”. “Quindi l’amicizia è
rappresentata da quella figura che a me sembrava una mendicante….”, esclamò stupito il conte, “ma le
persone che fanno baldoria attorno al tavolo chi sono?”. Il duca Camillo sorrise, “sono la menzogna, l’inganno, l’avidità, l’avarizia, il dolore, l’invidia, la malignità, che abitano nei cuori aridi degli uomini, dove trovano spaziose dimore e si nutrono in abbondanza dei loro sentimenti. Banchettano in allegria perché non hanno preoccupazioni, dal momento che sono sempre i benvenuti all’interno degli animi umani”. Il conte gli sorrise a sua volta e gli disse “tu non sei solo bravo a dipingere, sei bravo, soprattutto ad interpretare la nostra realtà umana”. E detto ciò, dopo aver salutato il suo amico, andò via con la tela che gli aveva donato.