lunedì 2 luglio 2012

. . . Storia di un’amicizia . . .

Stava seduto su un piccolo promontorio poco distante dal mare. Il vento scompigliava leggermente i suoi capelli e accarezzava il suo viso con dolcezza.
Teneva lo sguardo basso, i raggi del sole brillavano luminosi e davano fastidio ai suoi occhi scuri, stanchi. Guardava le onde infrangersi sugli scogli, i gabbiani volare alti, il sole riflettersi sul mare, splendente, dorato, bellissimo.
Pensava e guardava il mare, la spiaggia. Gli venne voglia di correre a piedi nudi sulla sabbia. Poco dopo si alzò e corse verso la spiaggia. Si tolse le scarpe, la sabbia era umida, fresca, sottile, piacevole da sentire sotto i piedi.
Il ragazzo corse ancora sulla sabbia. Si sentiva libero. Dopo aver percorso poche centinaia di metri, si sedette, stanco in riva al mare, con l’acqua fresca che gli sfiorava appena le gambe.
Il suo sguardo si perse nuovamente nel mare. Era una mattina di ottobre, serena, sorridente; il ragazzo ne aveva approfittato per stare un po’ di tempo sulla spiaggia e riposarsi dal lavoro nei campi.
Guardava al di là dei confini della sua bellissima isola e si guardava intorno, ammirato, innamorato del luogo in cui viveva.
Non si era mai chiesto cosa ci fosse dopo il mare, quali terre straniere ci fossero, chi le abitasse… L’unico suo pensiero, sin da quando era piccolo, era il lavoro. Spesso però, stanco, si riposava sulla spiaggia e ascoltava il rumore del mare e i sussurri leggeri del vento.
In quel periodo la Sardegna era davvero meravigliosa, calda e accogliente come sempre. Le campagne rimanevano verdi, anche se le foglie degli alberi s’ingiallivano d’autunno, i ruscelli, dopo qualche pioggia cominciavano a riempirsi d’acqua, gli uccellini migravano. E il mare era sempre bellissimo, azzurro, incantato.
Il ragazzo rimase ancora un po’ seduto sulla sabbia sottile ad ammirare il panorama, poi decise di tornare a casa.
Era quasi ora di pranzo quando arrivò; abitava poco distante dalla spiaggia, su un piccolo promontorio dal quale poteva vedere un paesaggio stupendo, in una casupola piccola, ma graziosa. Le pareti erano costituite da mattoni di fango, fatti asciugare al sole, mentre il tetto era fatto di fango e paglia.
All’interno l’arredamento era povero, ma sufficiente: quattro sedie, un tavolo e tre letti. Il ragazzo viveva in quella casupola con i suoi genitori che quel giorno erano tornati stanchi dopo ore sotto il sole passate a lavorare nei campi. Il padre del ragazzo era un contadino, con capelli e occhi scurissimi, basso, un po’ robusto, ma simpatico e sempre allegro.
La madre aveva lunghi capelli neri, legati sotto il fazzoletto scuro che teneva sempre legato attorno al collo, due occhi neri e profondi e un sorriso sereno sempre stampato sul viso piccolo e paffuto. Anche lei era un po’ robusta, ma indossava sempre una lunga gonna grigia larga e delle maglie poco aderenti che non evidenziavano troppo le sue forme. Cucinava davvero benissimo; preparava in casa gli agnolotti con patate, i malloreddus e i ravioli di ricotta; sapeva cucinare alla perfezione tutti i tipici dolci sardi, le pardule, i guelfus, i papassini, la torta di saba… Insomma, era davvero una cuoca eccellente; e anche come sarta era bravissima. Aveva sempre desiderato di possedere un vestito elegante per le feste, con quella splendida gonna lunga, rossa con le pieghe, la camicia bianca con il colletto di pizzo, la cuffietta rossa per i capelli da portare sotto il velo bianco ricamato a mano, ma il denaro non era sufficiente per comprarne uno, così, acquistati i materiali, aveva deciso di cucirlo da sé.
Quel giorno era davvero stanchissima per le calde ore passate sotto il sole ad aiutare il marito nei campi. Il ragazzo non era andato a lavorare la mattina e i suoi genitori avevano risentito della sua assenza. Ad ogni modo il pranzo era pressochè pronto e tutti e tre, affamati, avrebbero finalmente mangiato.
A tavola, tra un boccone e l’altro, parlarono di come avevano passato la giornata.
Dopo pranzo il ragazzo tornò a sedersi sul piccolo promontorio. Aspettava i suoi amici e intanto guardava il mare. Il sole caldo gli sfiorava le guance, il vento gli sussurrava nelle orecchie e le onde del mare cantavano per lui una canzone infinita. Gli era sempre piaciuto tantissimo perdere lo sguardo nell’azzurro magico del mare, quando non aveva altro da fare e tutti i giorni, dopo pranzo, aspettava seduto lì i suoi amici. Giocavano con delle trottole di legno chiamate bardunfule, oppure con su barralliccu, una trottola di legno a forma di dado con quattro facce che veniva fatta girare dopo aver messo in gioco una posta. Su ognuna delle quattro facce vi era una lettera, P, iniziale di “poni”(metti), M, iniziale di “mesu” (mezzo), N, inziale di “nudda” (niente), T, iniziale di “tottu” (tutto), da cui si desumeva l’esito della giocata.
Giocavano anche con sa bocc’e zappulu, una palla ottenuta da una vecchia calza riempita di stracci, ma, quando erano in tanti, preferivano giocare a “Is quaddus prontus”, gioco che li divertiva sempre tantissimo. Dopo aver formato due squadre, cavalli e cavalieri, il primo cavallo si chinava e poggiava le mani sul muro e così facevano tutti gli altri cavalli uno a fianco all’altro. I cavalieri, allora, presa la rincorsa, salivano uno alla volta in groppa anche a costo di formare una piramide umana. Quando un cavaliere cadeva, le due squadre si invertivano i ruoli.
Ad ogni modo, quel giorno non venne nessuno dei suoi soliti amici, così, il ragazzo, rimase solo a guardare il mare.
Suo padre, che si preparava ad andare a caccia, lo vide solo, seduto sulle rocce grigie coperte da un sottile strato d’erba, così gli propose di andare a caccia con lui. Il ragazzo accettò senza esitazione; poche volte suo padre gli aveva fatto una proposta del genere e lui era sempre stato affascinato dalla caccia.
Ci misero poco, con i cavalli, ad arrivare in campagna. Il sole era molto forte, ma si era levata una leggera brezzolina che rinfrescava l’ambiente. In quella giornata d’autunno, la campagna verdeggiava, gli alberi dondolavano cullati dal vento, gli uccellini cinguettavano e un rigagnolo d’acqua sgorgava dal piccolo ruscello accanto al quale si erano fermati, producendo un piacevole suono. Il cielo aveva assunto una bellissima tonalità d’azzurro e brillava sotto i raggi del sole, mentre l’erba si muoveva accompagnata dal vento leggero.
Il padre del ragazzo si era addentrato nelle stradine più interne con il fucile, alla ricerca di qualche preda, mentre lui osservava un grosso falco che si era posato sulla riva del ruscello per abbeverarsi. Non aveva mai visto un uccello tanto bello e tanto grande, dal piumaggio lucido e splendente e lo guardava rapito nascosto dietro a dei cespugli di mirto e lentischio.
Fu questione di un attimo; il ragazzo si distrasse per un secondo ed inciampò; bastò un lieve rumore per far volare via quel falco così maestoso e bello e bastò una distrazione per far partire un colpo dal fucile del ragazzo.
Il falco cadde; era stato colpito ad un’ala. Il padre del giovane, avendo sentito il rumore di uno sparo, tornò indietro per vedere cosa fosse successo e vide suo figlio che guardava quel povero animale, impotente e incapace di fare qualsiasi cosa.
Da cacciatore esperto sorrise, di solito i falchi erano usati per cacciare e non per essere cacciati, ma non volle lasciar morire quell’uccello tanto bello, così, dopo averlo messo nella sacca di cuoio sulla sella destinata alle prede, lo portò a casa.
Fu principalmente il ragazzo ad occuparsi della guarigione del falco, gli fasciò l’ala ferita e la medicò con erbe curative, gli diede da mangiare insetti e piccoli animali come topi o bisce e gli costruì un bel nido di paglia e fango.
Pian piano il falco, da scostante e impaurito si affezionò al ragazzo che si occupava di lui con tanta cura e affetto.
In breve tempo il falco si riprese e, anche se non era ancora guarito del tutto, riusciva a compiere piccoli voli, accompagnava il ragazzo e i suoi genitori quando si recavano a lavorare nei campi e quand’era stanco stava appollaiato sulla spalla del suo padroncino. Faceva anche brevi voli in riva al mare quando il ragazzo correva sulla battigia nell’acqua fresca e passava tanto tempo con lui sulla spiaggia.
In poco tempo il falco tornò bellissimo come il giorno che il ragazzo l’aveva visto abbeverarsi sul piccolo torrente, con le piume lucide dai colori sfumati e lo sguardo vispo e attento. Divennero ben presto due amici inseparabili, il falco non si allontanava mai dal ragazzo, se non per qualche volo in alto nel cielo azzurro e il ragazzo non usciva mai di casa se non accompagnato dal suo fedele amico.
Tante volte, la mattina, quando il giovane si svegliava, trovava accanto al letto dei piccoli animali morti che il falco catturava per lui.
Era nato tra di loro un sentimento tanto raro quanto prezioso, una vera e sincera amicizia.
Gli altri ragazzi divennero ben presto invidiosi, non solo per il fatto che il giovane non passava più tanto tempo con loro, ma anche perché egli possedeva un animale tanto maestoso ed elegante.
Fu uno di loro ad avere l’idea di portar via al ragazzo il suo falco e altri tre giudicarono ottima la proposta.
Avvenne tutto in una mattina nuvolosa. Il ragazzo e il falco stavano seduti, come al solito, in riva al mare. Il cielo era grigio e poco rassicurante, il sole non si specchiava sul mare, ma stava nascosto dietro alle nuvole; eppure si stava bene, l’atmosfera era tranquilla, la spiaggia serena, il rumore delle onde riposante. Non fu difficile per loro catturare il falco, ancora debole ad un’ala a causa della ferita, mentre il ragazzo correva spensierato in riva al mare.
Soltanto quando si fermò, si accorse che il falco era sparito. Lo chiamò più e più volte, ma dell’animale neanche l’ombra. Lo cercò dappertutto, si arrampicò su tutti gli alberi poco distanti dalla spiaggia, ma ogni ricerca fu vana.
Il ragazzo divenne rapidamente triste. Tornò a casa e, dopo aver raccontato al padre della scomparsa del falco, sellarono i cavalli migliori e proseguirono inutilmente le ricerche.
Rientrarono a tarda sera, e il ragazzo si rassegnò all’idea di aver perso un amico così importante.
Andò a letto senza mangiare e, quando fu solo, pianse.
Non riuscì ad addormentarsi. I raggi luminosi della luna penetravano attraverso la finestra, le stelle brillavano numerose quella sera e stette a guardarle incantato e pensieroso.
A notte fonda sentì dei forti rumori provenire dall’esterno della sua finestra e quando aprì per controllare cosa fosse, trovò il falco sul davanzale della finestra, svenuto, stanco, ferito.
Era stato legato, ma era riuscito a liberarsi ferendosi ed era tornato dall’unica persona in grado di occuparsi di lui.
Inutile descrivere la gioia del ragazzo quando lo vide. Si prese cura di lui subito e con tanto affetto e in breve tutte le ferite del falco guarirono.
Tornò ancora una volta bellissimo e maestoso come era sempre stato e il ragazzo non si separò più da lui neanche per un istante.
E tornarono tante volte ad ammirare quel bellissimo paesaggio dal promontorio, con le onde che si infrangevano violente sugli scogli, il sole che si rifletteva splendente sul mare, il cielo che brillava azzurro illuminato dal sole. E tante volte il falco compiva lunghi voli libero sull’immensa distesa del mare, mentre il ragazzo lo guardava da lontano, ammirando la spiaggia con la sua sabbia dorata e facendosi sfiorare il viso delicato dal vento fresco e leggero.

                                                                                                                                       Autore: , raccontioltre.it