venerdì 22 giugno 2012

. . . Una casa di passaggio . . .

Era una casa di corte di fine ‘800, intonacata alla meglio, ed era sempre là che ci aspettava. Distava appena un centinaio di metri da noi e rispecchiava la meta unica delle nostre continue evasioni. C’era sempre qualcosa da andare a chiedere a Zia Carmina o a Nonna Maria. Così si chiamavano le donne della mia infanzia e con mia madre hanno contribuito a creare nella mia mente di bambina quello che sarebbe stato il mio ideale femminile. Donne diverse dal comune perché speciali agli occhi avidi di conoscenza delle nipoti.
Quattro passi di corsa per arrivare lì col fiatone e col sorriso stampato in faccia. Il cancello in ferro sverniciato e arrugginito era abitualmente aperto per accogliere ma non trattenere nessuno: era un via vai continuo di zie e parenti che andavano a fare un salutino ai vecchi della famiglia e ripartivano rigorosamente con un ricordino di quella visita ordinaria. Abitualmente erano fiori i doni di nonna Maria: i profumati giacinti spuntavano annualmente nelle aiuole. Poi in piena primavera il profumo cambiava e diventava ancora più importante: mughetti. Io e mia sorella ci divertivamo da matte sotto il pino secolare a raccoglier fiori e quando non riuscivamo più a trattenerli nelle mani era il momento di entrare in cucina e avvolgere il gambo nell’alluminio per preservarne la freschezza. A maggio poi arrivava l’apoteosi del profumo delle rose. Ne potevi trovare di tutti i tipi. Non erano particolarmente curate nell’aspetto ma quelle rose sapevano d’amore. Così qualche volta il foglio di alluminio incartava anche ramoscelli pungenti e noi ripartivamo con il nostro carico prezioso.
In estate poi veniva il momento dei gladioli e così in ogni stagione quel piccolo giardino riservava le sue sorprese ad ogni ospite di passaggio per un saluto e per un bicchiere di vino. Nessun adulto se ne andava senza. Zia Carmìna beveva il suo Lambrusco personale, quasi a segnalare la sua indipendenza dalla famiglia numerosa con la quale da sempre divideva casa. Carmìna era la sorella maggiore di nonno Giuseppe, primo uomo ad avere la macchina nel paese e credo unico taxista della zona. Non si era mai sposata zia Rosa, Carmìna, ma aveva contribuito attivamente alla crescita di cinque  figlie femmine e tre figli maschi del tanto amato fratello. La sua piccola pensione le permetteva di acquistare giornalmente i suoi capricci dall’ambulante: prosciutto cotto, pane biscotto e un pacchetto di patatine per le sue nipotine, oltre ovviamente al suo Lambrusco.
Ci amava in modo speciale, forse beneficiarie di un affetto speciale provato per nostro padre, figlio maschio più giovane della famiglia. La zia ci conduceva all’uscita posteriore con un pretesto, lontano dagli occhi indiscreti della cognata, e ci consegnava quel pacchettino di paradiso. Salate e croccanti cadevano in bocca una dopo l’altra.
D’estate avevamo tutto il giorno per divertirci in corse tra le sedie, sotto il grande tavolo, dentro e fuori casa. Alla fine silenzio… era l’ora della preghiera. Non erano ammesse chiacchiere né disturbi. Nonna Maria e Zia Carmina si sedevano nelle loro sedie affiancate e sgranavano Ave Maria e poi altre litanie, che io non ricordavo mai, e poi ancora Ave Maria e ancora litanie… quindi veniva il momento delle storie. Era la zia a prendersi il compito di tramandare le vicende che avevano segnato il loro vissuto, nonna invece più schiva e riservata si occupava delle pentole che bollivano e dei fagiolini da raccogliere. Ne avrebbe portato in casa dall’orto una cesta piena e poi altre ancora dentro il grembiule annodato a dovere. Giù tutto sopra il tavolo ad indicare che chiacchierando potevamo anche renderci utili.
Così zia Carmìna ci raccontava fatti di guerra, di fame, di sofferenza e di tanta paura degli aerei carichi di bombe, tanto realistici da inculcare quella tensione all’impressionabile Cristina, mia sorella maggiore, terrorizzata ad ogni passaggio dei possenti Hercules in fase di atterraggio al vicino Dal Molin. Erano scuri, pesanti e non appena ne  percepiva la presenza si infilava sotto il primo riparo che trovava in attesa che la zona si sgombrasse. Era un po’ ridicola nei suoi atteggiamenti ma dava la sensazione di quello che avevano provato i nostri avi durante la guerra. Potenza dell’immedesimazione! La zia sapeva coinvolgerci nelle storie che drammatizzava e bastava la sensibilità marcata di mia sorella per rendere tutto reale. Io non potevo far altro che desistere da quelle paure, d’altronde c’era già una sorella sotto attacco.
Adesso, a trent’anni suonati, osservo il ciclo della vita attraverso lo sguardo curioso di mia figlia che gioca a carte con la nonna e la nostalgia per quella casa di passaggio mi avvolge. Ripenso a quelle donne così forti e speciali che tanto ci davano e che non chiedevano altro che un po’ di freschezza per quelle gambe gonfie e stanche, e un po’ di allegria per quegli occhi che tanto dolore avevano visto.

Autore: Greta, raccontioltre.it